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Buongiorno gent.ma Redazione,
vorrei rispondere alla lettera di Ambra Carraro volontaria del "rifugio del cane" di Ponzano Veneto (TV).
Mi chiamo Donatella Beconi e risiedo nella provincia di Treviso.
Non sono iscritta né all'enpa né alla Lav e desidero sottolineare che la mia segnalazione non è stata gestita da nessuna associazione animalista ma è stata una personale iniziativa dettata non solo dall'amore per gli animali ma anche dall'enorme indignazione provata per il comportamento, a dir poco vergognoso, che i gestori del rifugio hanno avuto nei confronti miei e del mio compagno.
La mia storia inizia a fine luglio 2009 quando, nel quartiere dove in quel momento abitavo, venne abbandonato un cagnolino di piccola taglia non più giovane.
Il cane non aveva collarino e nei dintorni nessuno l'aveva mai visto. Per metterlo al riparo dai pericoli della strada lo tenni con me quella notte. L'indomani mattina l'addetto del canile sanitario del quale avevo chiesto l'intervento constatò che non aveva neppure il microchip ed io nella speranza che il proprietario lo stesse cercando, a malincuore, lo feci portare al canile sanitario.
Nel mese di agosto richiamai il servizio sanitario per sapere se il cagnolino avesse ritrovato il suo legittimo proprietario: mi venne comunicato che nessuno lo aveva reclamato e che quindi, come da prassi, era stato trasferito al rifugio del cane.
Con l'intenzione di adottarlo il mio compagno si presentò al rifugio del cane di Ponzano con il mio documento (per attestare che il cane richiesto era quello che avevamo trovato) e con il numero di microchip che il sanitario ci aveva fornito.
Premetto che il mio compagno è stato adottato da una famiglia italiana è quindi un cittadino italiano a tutti gli effetti pur essendo di etnia sudamericana.
Appena suonato il campanello del rifugio una signora, che inseguito seppi essere la vicepresidente dell'associazione, si affacciò dall'ufficio e senza mezzi termini disse che non gli avrebbe neppure aperto perché agli stranieri non sono concessi cani in adozione, solo dopo che il mio compagno gli ebbe chiarita la sua posizione aggiunse che per adottare il cane bisogna aspettare 60 giorni dall'accalappiamento.
Pertanto a ottobre il mio compagno si ripresentò al rifugio e sempre la stessa persona, con modi che eufemisticamente definisco sgarbati, gli comunicò che non bastava avere il microchip del cane ma che, per poterlo adottare, doveva anche portare le sue foto.
Fortunatamente noi le foto le avevamo e quando il mio compagno gli disse che gliele avremmo potute portare la signora evidentemente irritata gli chiese di individuare il cane per dimostrare che fosse in grado di riconoscerlo. Gli mostrò solo alcuni "box", quelli vicini all'entrata, e il mio compagno indicò un cagnolino dicendo che poteva assomigliare a quello da noi trovato ma che non ne poteva essere sicuro e infatti lei lo corresse subito dicendo che quello era da loro da molti anni e che lui quindi non era in grado di riconoscere l'animale desiderato.
Il mio compagno scoraggiato da tanto accanimento si giustificò dicendo che il cane era rimasto presso di noi solo poche ore e che erano passati diversi mesi, inoltre nessuno poteva essere certo che il cane fosse presente in quei box e soprattutto che avendo il numero di microchip, la mia firma all'atto dell'accalappiamento era inutile comportarsi in quella maniera perché potevamo identificarlo senza problemi. La risposta fu che senza foto il cane non gli sarebbe stato concesso.
Fu costretto quindi a tornare a casa ma visto l'esiguo orario di apertura (solo 2 ore) dovemmo rimandare l'adozione ad un altro giorno.
Pochi giorni dopo ci presentammo in canile, muniti di foto e gabbia per il trasporto, guinzaglio nuovo e quanto mi servisse per l'adozione.
Dopo alcune rimostranze mi fu concesso di entrare (non so perché solo uno di noi due) dove la signora chiarì subito che le foto non corrispondevano alla descrizione fornita la volta precedente, secondo lei di un cane di taglia grande e bianco e invece le foto da me presentate erano di un cane taglia piccola e fulvo. A tale sig.ra che in quel modo voleva farci passare per degli emeriti cretini risposi che volevo il cane con il numero di microchip datomi dal sanitario e che sarebbe sicuramente corrisposto alle foto in mio possesso o che, in alternativa, mi facesse vedere TUTTE le gabbie perché lo avrei trovato e riconosciuto.
La sig.ra Eleonora (così si chiama la responsabile) affermò che mi avrebbe cacciata fuori, perché i cani sono loro, che solo se loro VOGLIONO vengono adottati e solo da chi vogliono loro, che la loro è una struttura privata e che nulla mi doveva come spiegazione e soprattutto che il cane non era disponibile.
Ovviamente ribattei dicendo che loro sono una struttura convenzionata e che io, come cittadina che paga le tasse, finanzio anche il loro operato e che avrei chiamato i carabinieri. Alla fine dell'animata discussione concludemmo che il cane me lo avrebbe dato solo il sabato successivo perché improvvisamente era in osservazione sanitaria. Avvisai che sarebbe potuto andare il mio compagno in quanto per quel giorno avevo già un impegno.
Due giorni prima telefonammo per confermare l'appuntamento.
Così Il sabato seguente il mio compagno si presentò al canile ma, per l'ennesima volta, il cane non gli venne affidato, in quanto a loro avviso mi sarei dovuta presentare io e non lui.
Prontamente messa al corrente di questa nuova assurdità telefonai per comunicare al volontario di turno che mi sarei liberata dell'impegno e in 30 minuti sarei arrivata nella loro sede, la risposta che ebbi dal "responsabile del sabato",così come si qualificò, fu che, se anche fossi arrivata, non erano autorizzati a darmi il cane in quanto la sig.ra Eleonora aveva lasciato disposizioni di non affidarmelo.
A questo punto esasperata, offesa e indignata di tanta prepotenza mi rivolsi al Sindaco del Comune nel quale avevo ritrovato il cane e che quindi aveva in carica il mantenimento dello stesso e gli spiegai i fatti così per come erano accaduti. Pochi giorni dopo ricevetti una chiamata dalla segreteria del Sindaco che mi comunicava di presentarmi al canile la domenica (giorno di chiusura) per la consegna del cagnolino.
La domenica come da accordi mi presentai al canile, il mio compagno fu nuovamente costretto a rimanere fuori (ma perchè??).
Trascorsi una buona mezzora ad essere messa sotto processo per essermi PERMESSA di chiamare il Sindaco, come interlocutrici avevo la già citata sig.ra Eleonora e una sua collaboratrice che, pur non avendomi mai vista, si prese subito la briga di definirmi "la maleducata che non può essere nata a Treviso" confermando il volgare razzismo già dimostrato nei confronti del mio ragazzo. A onor del vero, peraltro, sono nata a Treviso.
Mi minacciarono di controlli a tappeto per verificare lo stato in cui avrei tenuto il cane ( a distanza di 10 mesi però non si è mai visto nessuno), e quando ho detto che ero affidabile e che a prova di questo avevo salvato diversi cani dai canili lager beffardamente venne sostenuto che quelle come me vanno a disturbare i canili di tutta Italia impedendogli di lavorare.
La sig.ra Eleonora ci tenne a sottolinearmi che le associazioni come l'enpa dovrebbero imparare a far adottare "i propri" animali e non quelli del rifugio.
In tanti anni non ero mai stata al canile di Treviso pensando che i veri bisognosi fossero altrove.
E' mia conclusione pensare che i loro cani non hanno mai bisogno di nulla semplicemente perché sono invisibili. Non ci sono appelli, non c'è un sito internet, su loro non si sa niente, sono solo dei numeri.
I cani probabilmente sono grassi anche perché non sgambano mai.
Ogni giorno che chuky è rimasto da loro ha corso il rischio di ammalarsi di filariosi visto che la profilassi della prevenzione non viene fatta.
Chuky è entrato che stava bene ed è uscito con la tosse da canile.
E' un cagnolino affettuosissimo, che soffre di solitudine, l'averlo trattenuto INGIUSTIFICATAMENTE anche solo un giorno in canile è stata pura cattiveria.
Anni fa da un canile lager, ora dismesso, adottai Dante un cane anziano, purtroppo poco dopo l'affido gli fu diagnosticata una brutta forma di leucemia. Se qualcuno avesse ostacolato la sua adozione, anche solo di qualche giorno, avrebbe diminuito l'esiguo periodo di felicità che la vita concedeva ad un animale acciaccato e umiliato dalle botte e dalle privazioni.
Rimarrà nei miei occhi lo sguardo di quanti quel giorno, portando via Chuky, ho involontariamente scartato soprattutto perché nei mesi a venire, ancora scossa e indignata per l'accaduto, sentendo altre testimonianze di cittadini ho dedotto che non si trattasse di un singolo infelice episodio ma di una prassi ben consolidata.
Donatella Beconi
a nome anche di Giacomo Ficalbi
Treviso
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